la colonia

 

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L’estate del 77 quando avevo solo cinque anni e mi accingevo ad andare alle elementari, mia mamma e mio papà ebbero la peggiore idea della loro vita da genitori: mandarmi in colonia con le suore del mio asilo. Il posto designato era Irma, un paesino di montagna a forse non più di quaranta chilometri da casa, ma per me, bimba, era in capo al mondo. Capisco che per i miei dovesse essere una fantastica idea, ma fu un incubo che lasciò dei ricordi indelebili nella mia memoria. Il portone d’entrata in legno, colorato di verde, dava direttamente su uno stanzone in cui, disposte l’una accanto all’altra, erano sistemate tante brande in metallo grigio scuro, destinate a noi bambine. I maschi erano banditi, ovviamente. Le pareti della vecchia struttura che ci ospitava erano alte e fredde, il pavimento era freddo, il refettorio era freddo: tutto era e sapeva di freddo, freddissimo e non somigliava nemmeno lontanamente alla mia casa. Nei bagni, che noi bambine condividevamo, c’era una lunga fila di lavandini bianco latte, con rubinetti scrostati da cui scendeva l’acqua gelida della montagna, ed erano troppo alti e troppo profondi per noi piccolette.

(…)

Era tutto così diverso dalla mia casa… e mia mamma era lontanissima. Suor Barbara, che era stata la mia dolce maestra d’asilo, era la nostra accompagnatrice anche in colonia. Ogni sera ci dava il bacio della buonanotte, ma poi, terminato il rito che sapeva vagamente di casa, ci salutava con la mano come se stesse per partire e spariva fino alla mattina successiva, dietro ad una tenda verde, posta davanti e tutt’attorno al suo letto. Quel tessuto pesante e dalla trama molto spessa, era identico a quello dei tendoni che coprivano, in estate, le finestre delle case popolari dove abitavano i miei nonni materni, Cesare e Marì, e i miei zii Cili e Rina, che io adoravo. La nostalgia mi attanagliava il cuore, mentre fissavo quella tenda che la separava e la nascondeva da tutte noi. Nel mio lettino, o meglio, nella mia branda, posta accanto a quella della mia amica Marzia, mi chiedevo, preoccupata, se, una volta tirata la tenda, suor Barbara si trasformasse in qualche creatura strana.
Circondata da tante altre bambine, mi sentivo la persona più sola al mondo, abbandonata.

(…)

Fu il giorno più bello di tutta la mia vita e da quel momento mio papà divenne il mio eroe.

dal capitolo 1

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