Dublino

Clover

… A casa nostra, insieme a Conor che apprezzava sempre la mia cucina, anche quando preparavo cose immangiabili (tipo una torta al cioccolato nella quale dimenticai di aggiungere il latte) o le sere a seguire, al freddo e al gelo, le corse dei cani − sì dei cani, quelle dei cavalli erano troppo posh per noi −, o a Killiney, nella splendida casa dei genitori di Kim e poi, da lì, verso Dublino con il trenino verde, il Dart, che costeggia il mare e ogni volta, da lì, cercare di individuare, sulla collina, la casa di Enya e quella di Bono degli U2.

O ancora, nel quartiere Temple Bar, da Baccaro, il nostro ristorante preferito, dove è capitato più volte di andare con Chiara M., sorella di Marcomilzi, che, per gli strani casi della vita, viveva a Dublino non lontano da noi, con il suo allora ragazzo, oggi marito, Tim. Ricordo di quando io, seduta a quel tavolo, non sobrissima, lo ammetto, facevo sfoggio delle pochissime frasi e parole in irlandese che ancora ricordo, come Mná na hÉireann[1] e Baile Átha Cliath[2]. E una cena speciale al ristorante the Kitchen, del Clarence Hotel, di proprietà degli U2, dove Kim, per il mio compleanno, mi fece arrivare una torta con tanto di candelina e con i camerieri che, in coro, mi cantavano Happy Birthday to you. E il memorabile Capodanno nel piccolo borgo di Doolin, nella contea di Clare, a ovest del Paese, anche con la mia storica amica Sara e sua sorella Francesca, in un piccolo pub, con tanto di musica e balli tradizionali irlandesi e fiumi di Guinness; oppure a visitare posti incantevoli, sempre con le auto datatissime del padre di Kim, che “stavano insieme” per miracolo. – veramente, ben due volte, con due auto diverse, restammo a piedi nel bel mezzo del nulla. La prima volta fu lungo una sottospecie di autostrada, mentre ci stavano dirigendo a Doolin. (come dimenticare il pianto di Francesca?) La seconda mentre, nella contea di Mayo, avevamo da dopo salutato Marcomilzi, che per caso era da quelle parti in vacanza con i suoi genitori, e il motore dell’auto ci abbandonò per sempre, in aperta campagna. Ricordo che, mentre tutti e due, osservavamo il panorama attorno a noi, io pensavo:« E adesso? Non c’è nessuno che ci possa aiutare!», lui si girò e mi disse, guardandosi attorno: «Troppo bello! Ari, andiamo a fare una passeggiata!». Amavo il suo spirito d’iniziativa e il vedere sempre il bright side di ogni situazione.

Dopo la passeggiata immersi nella natura, facemmo l’autostop. Non passava assolutamente nessuno. Finalmente fece capolino, dal fondo della lunga strada, costeggiata da campi verdi, un’auto con targa inglese. Kim borbottò qualcosa o forse lo disse ad alta voce, di certo non si trattava di un complimento. Si fermarono per aiutarci; caricammo i nostri bagagli e i sacchi a pelo e la coppia inglese − non tra le persone più loquaci al mondo, ma sicuramente di buon cuore − ci portò fino al paesino più vicino. Kim, da buon irlandese, non amava per niente l’idea di essere “salvato” da degli inglesi, ma si vede che il detto di Brescia “en mancanså dé caai trotå apò i asen[3], funziona perfettamente anche in Irlanda in the middle of nowhere! Insomma, la grazia del miracolo con le auto del papà di Kim non sempre ci era concessa! −.

Ricordo lo sdraiarci, in precario equilibrio, per cercare di baciare, come vuole la tradizione, la Blarney Stone, non lontano da Cork, e ricevere così, il dono dell’eloquenza; i paesaggi magici e incontaminati del Ring of Kerry, i prati verdi delimitati da rocce grigie e i Cliffs of Moher, circondati dalla foschia, a picco sull’Oceano Atlantico; e poi, attraverso il Burren, sempre più a nord fino a dormire nell’ostello forse più brutto del mondo, con le lenzuola di carta e una grande, vuota e squallida cucina, che, al confronto, quella di Oliver Twist era lussuosa. … dal Capitolo 5 pagg 171-173

[1] Trad.: Donne d’Irlanda

[2] Trad.: Dublino

[3] Trad. letterale: In mancanza di cavalli, trottano pure gli asini. Significato: In mancanza di un mezzo adatto, ci si adegua.

 

 

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