Il Natale

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Pare che, durante la mia infanzia, mia mamma giocasse spessissimo con mio fratello e me; invece, ciò che ricordo più distintamente, è un gioco fatto col papà che, in realtà, divertiva solo lui: la costruzione del trenino elettrico. Ancora oggi sono dell’idea che ci giocasse più per suo divertimento che per il nostro. Non ho mai dimenticato le scatole rosse, in finta pelle, nelle quali era custodito. Thomas, lui ed io passavamo tutta la domenica pomeriggio a unire i pezzi di rotaie, i ponti, i passaggi a livello, a sistemare le gallerie col finto muschio, che ogni tanto si scollava e poi, dopo ore di fatica, quando era il fatidico momento della partenza e bisognava tirare la levetta di comando verso il basso, il trenino non partiva mai: se partiva, si fermava subito perché qualche rotaia era stata attaccata male e bisognava ricominciare daccapo, così come succede ancora oggi, da tempo immemore, con le lucine di Natale che, una volta srotolato il filo, non si accendono. Perché, scusate l’inciso, ma non posso non raccontare cosa sia fare l’albero di Natale a casa nostra, un rito irrinunciabile, oggi come allora.

Copio e incollo da quanto avevo scritto una decina di anni fa per il libro su mio papà:

Solitamente, quando arriva l’albero, rigorosamente vero, siamo tutti chiamati a rapporto dalla mamma per dare un nostro giudizio e, da quel preciso momento sappiamo che, da lì a pochi giorni dovremo decorarlo. Alla stessa stregua, sappiamo che quel giorno, ben prima di Natale, si trasformerà in una sorta di episodio di qualche sit-com.

Ci ritroviamo così in taverna a casa dei nostri genitori, insieme anche a Cinzia e Dario, amici di famiglia, che da sempre frequentano casa nostra. Alla mamma è affidato il compito di tirar fuori le scatole e gli addobbi, riposti negli armadi della lavanderia l’anno precedente. − Non che qualcun altro voglia prendersi carico di questa incombenza. Mia mamma è sempre stata quella che fa tutto −. Normalmente lei sale sulla scala e passa a Dario gli scatoloni. Io non l’aiuto in questa sessione di lavoro, perché sono allergica alla polvere e questa mi sembra un’ottima scusante, che utilizzo da anni e anni e che ha sempre funzionato. Mentre aspettiamo che mio papà si decida a raggiungerci in taverna− non possiamo iniziare ad addobbare l’albero fino a che lui non abbia montato le lucine − di norma, avviene la seguente scenetta:

Io, osservando l’abete: «Certo che quest’albero fa veramente cagare; non ha niente a che vedere con quello dell’anno scorso, che aveva più rami ed era più bello».

Thomas, molto serio: «Non potremmo, per una volta, comprarlo finto?».

Io: «Già quello in salotto è finto, questo, per tradizione, deve essere vero!».

Thomas: «Va beh, ma povero albero: poi, alla fine, lo bruciamo!».

Io: «Se non l’avessimo comprato noi, l’avrebbe fatto qualcun altro».

Thomas: «E allora? Almeno noi avremmo avuto la coscienza a posto!».

Io: «Ma ti prego! Guarda che ci sono dei luoghi dove piantano apposta gli alberi per farli diventare “alberi di Natale”!».

Thomas, perplesso, ma col dubbio che io stia dicendo la verità − Questo si chiama “potere-della-sorella-maggiore”, che, ogni tanto, mi piace ancora

esercitare su di lui − dice: «Comunque hai ragione: fa veramente cagare!».

A questo punto interviene sempre la mamma: «Siete proprio pesanti! Ogni anno dite la stessa cosa!». Mio fratello ed io ci guardiamo, lui alza un sopracciglio e fa una smorfia, come dire: «Seeee va beh…». Dopo i commenti e l’arrivo del papà, ha il via la vera e propria fase dell’addobbo. Si parte con le lucine a intermittenza e, ogni singolo anno, io ho lo stesso flashback: mi sembra di tornare indietro nel tempo, proprio a quando montavamo il trenino e pensavo alle lucine di Natale… insomma è un circolo vizioso!

Io non so come sia nelle altre famiglie, ma noi con le lucine dell’albero non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto. Ogni anno, dopo aver smontato l’albero, le riponiamo nella scatola e l’anno successivo, al momento dell’accensione, c’è sempre qualche lampadina bruciata e qualche fila che non funziona. Così il papà e Dario devono snodare per bene tutto il filo e, per fare questo, non vanno nelle altre stanze della taverna, no! Non ci pensano nemmeno! Fanno correre il filo lungo tutta la stanza, proprio tra l’albero e i nostri piedi e, per la corrente, ovviamente, utilizzano sempre la presa a un millimetro e mezzo dal ramo più folto dell’albero. − Potrei scrivere un libro sugli innumerevoli disastri combinati dall’accoppiata poco vincente Chicco-Dario, alle prese con semplici lavoretti di bricolage, ma è meglio evitare… −. Poi si accucciano per terra e controllano una a una le lucine (probabilmente resti della Prima Guerra Punica) per capire quale vada sostituita per far sì che funzionino tutte e, in quel preciso momento, io ho sempre un altro flashback, di quando mio papà mi fece un lavoretto di Tecnica, in terza media, con le lucine in serie e in parallelo. Questo delle lucine dell’albero è un circuito in serie mi dico ogni anno con un certo orgoglio, manco fossi McGyver.

Non di rado qualcuno di noi, nel camminare tra uno scatolone e l’altro, calpesta il filo e capita di rompere anche qualche lampadina: immancabilmente, il papà s’incazza. Nel periodo pre-natalizio, ogni anno, in coda alla cassa del supermercato, dando un’occhiata agli altri carrelli, noto che tantissime persone comprano le confezioni delle lucine di Natale e, ogni anno, lo stesso pensiero mi passa per la testa: «Se tutti le comprano, vuole dire che quelle vecchie si sono rotte!». Ed io, immancabilmente, mi domando perché le nostre, che sono orribili, non si rompano mai definitivamente!

Negli anni Settanta mio papà comprò quelle che, molto probabilmente (se si esclude la possibilità di altre forme di vita che festeggiano il Natale in altre galassie) sono le lucine più brutte e più kitch mai esistite. Sono di svariati colori: si va dal giallo senape, al rosso fuoco, dal verde pisello al blu notte, passando per il rosa confetto e l’azzurro cielo. Si accendono e spengono a intermittenza e, come se questo non bastasse, ogni lampadina gode della presenza di una specie di corolla di petali stilizzata. Il tutto è rigorosamente in plastica. A queste orribili lucine, mio papà ha pensato bene di affiancarne un altro set. Queste non godono della presenza di quella sottospecie di corolla, sono sempre colorate e, orrore, producono musica a intermittenza! Si possono scegliere quattro diverse musichette. Una chicca!

Ma torniamo all’albero… dopo essere riusciti a far funzionare le lucine, bisogna sistemarle sull’albero. Mio papà dice: «Serve la scala», ma non va a prenderla. Ci va la mamma o magari io che, così, do il mio contributo e mi sento a posto con la coscienza, visto che fino a quel punto non ho fatto ancora nulla. Mio papà tiene particolarmente a questo momento ed io, sinceramente, è da quando ho la facoltà della ragione che mi domando il perché. La scena è decisamente fantozziana. Innanzitutto l’albero è sempre molto alto, la punta è di solito segata di netto e sfiora il soffitto della taverna. Questo fatto rappresenta un vantaggio enorme. Se solo arrivasse dieci centimetri sotto, il papà in quel punto sistemerebbe una punta dorata e con spruzzi d’argento, rigorosamente in plastica, che deve avere circa trent’anni. Credetemi: è qualcosa di veramente inguardabile. Il papà vuole assolutamente partire con le lucine dal punto più alto, perché questa è la regola o, meglio, la tradizione di famiglia e a lui, togliete tutto, ma non le tradizioni! Quindi sale sulla scala per sistemarle. Fin qui, all’apparenza, non c’è nulla di strano, se non fosse che mio papà soffre di vertigini e quindi non va oltre un determinato gradino − diciamo il terzo e sono molto generosa −. Da lì, allungando il braccio e improvvisandosi l’uomo-gomma, pretende di arrivare fino alla cima dell’albero.

Questa operazione è seguita da tutti noi con una certa apprensione, soprattutto, dal malcapitato di turno che deve tenere ben salda la scala, di modo che non si muova di un millimetro mentre lui è sopra. Il fatto è che qualcuno di noi scoppia sempre a ridere e quello che tiene la scala, contagiato dal riso, la fa traballare. Il papà comincia, così, ad avere una paura incredibile, manco fosse impegnato nello scalare l’Everest e, serissimo, col terrore negli occhi, dice: «Ma cazzo! Siete matti?». E più lui si arrabbia, più noi ridiamo e più la scala traballa!

Montare le lucine sembra la storia infinita. Non vanno mai bene. «Più a destra; sposta il filo in alto; mettilo un po’ più in là; attento agli aghi!», un susseguirsi di consigli e suggerimenti a non finire. Una volta sistemate, finalmente, è il turno degli addobbi veri e propri. Le palline di questi ultimi anni sono veramente carine, dorate e rosse: cioè, direi che sono normali, ma ciò rappresenta, comunque, un grandissimo un passo avanti. Non abbiamo, però ancora rinunciato a un’altra cosa che rientra a pieno titolo nella top five dell’universalmente riconosciuto come kitch: specie di striscioni boa pelosi, da mettere sui rami, un revival anni Settanta. Una figata…

Abbiamo, però, finalmente eliminato i “fili d’angelo”, lunghe e sottili striscioline color argento che, dalla cima, scendevano per tutta la lunghezza dell’albero. Un giorno verrà pure il tempo dell’addio ai boa, ne sono certa.

Alla fase decorazione prende sempre parte anche Attila, il nostro fantastico gatto, che ogni Natale cerca di battere il record dell’anno precedente per il numero di palline rotte, giocherellandoci con la simpatica zampina.

Ogni anno, immancabilmente, mio fratello fa il cretino e, mentre noi estraiamo le palline dalla scatola, lui appende le cose più improbabili al mondo sui rami dell’albero, dal collare del nostro cane Billy, alle banane, dalle forbici, ai CD, tutte cose che mia mamma toglie esattamente due secondi dopo averle notate.

Non ci importa come verrà l’albero, ciò che conta è il ritrovarsi, tutti e quattro, come quando eravamo piccoli, lo stare insieme un’oretta e ridere di gusto, assaporando ogni secondo di questo momento tutto nostro, quasi magico, questa l’atmosfera particolare che fa di noi una famiglia speciale, di cui siamo da sempre, infinitamente, orgogliosi.

Quando il tutto è finito, finalmente chiamiamo la nonna Marì, mamma della mamma, che dal 1985, anno in cui il nonno Cesare morì, vive con noi. Scende, così, in taverna, a vedere la nostra “opera d’arte”. Lo fa piano piano perché anni fa, cadde proprio su queste scale, rompendosi un braccio, che poi, a causa dell’età e dell’osteoporosi, non si sistemò più; in seguito a ciò, noi nipoti componemmo una canzone, che le cantammo alla cena di Natale, sulle note di Tu scendi dalle Stelle e che faceva Tu rotoli dalle scale, o nonna specialeee… . Poi, Thomas spegne la luce, attacca la spina delle decorazioni, imposta una delle quattro meravigliose musichette e tutti insieme per un attimo, al buio, con i visi illuminati dalla lucine colorate, ci godiamo l’albero in silenzio. La mamma lo osserva attentamente, piega la testa a sinistra, muove le labbra come per concentrarsi, sposta qualche pallina e poi lo riguarda da un’altra prospettiva. Infine, il papà, la nonna e la mamma contemplano l’albero in modo compiaciuto, ed è proprio in quel preciso momento che, nella penombra, con i riflessi delle lampadine colorate sulle pareti chiare della stanza, accompagnati dalla musica, all’unisono Thomas ed io diciamo: «Sì, in effetti, come sempre, fa veramente cagare!». Questo era ieri.

Oggi, il rito dell’albero persiste ancora. Ma molte cose sono cambiate, partendo proprio dall’albero. Ora è finto. Quindi niente più aghi per tutta la taverna, niente più mio fratello che si lamenta del fatto che un piccolo abete sia stato immolato per la causa, niente più punta mozzata e rami mezzi spogli. Le decorazioni ora sono molto sobrie e, oserei dire, eleganti. Niente più lucine di mille colori e dalla corolla in plastica: ora sono solo chiare e tutte dello stesso colore. Niente più boa pelosi, niente più musichetta.

Quando, la prima volta, si è palesato il nuovo albero e abbiamo saputo che mia mamma aveva buttato le lucine Ante Guerra Punica, a mio fratello e a me è venuto un colpo. «Ma come?» ci ha chiesto mia mamma, stupita, «ci avete rotto le balle per anni dicendo che facevano schifo!». Ma noi quelle lucine orrende le amavamo davvero! L’albero era bello proprio perché era kitch! Forse non eravamo stati chiari. Ad ogni modo, fare l’albero oggi è ancora più emozionante di ieri perché al rito partecipano anche i nostri bambini e mi piace da morire pensare che un giorno, anche loro, così com’è sempre stato per me, potranno annoverare la decorazione dell’albero tra i loro ricordi migliori.

Mio papà controlla ancora tutte le lucine, tirando sempre il filo esattamente dove siamo tutti noi, bambini compresi, e c’è ancora qualcuno che, inavvertitamente, ne pesta una. È ancora lui quello che sale sulla scala e, saggiamente, ora ha comprato un albero più basso di quelli di prima; comunque in tutti questi anni, non ha mai osato andare oltre il terzo gradino. Le lucine si mettono ancora dall’alto. Ora c’è spazio per mettere la “fantastica” punta in plastica, dorata con spruzzi d’argento, e mio fratello ed io ne siamo contenti, perché almeno qualcosa dei tempi-che-furono è rimasto! Utilizziamo ancora le palline dorate e quelle rosse, e ad aiutarci ci sono anche i nostri bambini, che fanno un chiasso incredibile perché, ovviamente, tutti e quattro vogliono sempre mettere la stessa pallina sullo stesso identico centimetro quadrato del medesimo ramo.

Da quando è nata la figlia di mio fratello, la più grande dei nipoti, mia mamma ha dato il via a una tradizione tenerissima, comprandole una palla di Natale, e poi decorandola, insieme, con il suo nome e la data. Così ogni anno ognuno dei quattro nipoti ha da appendere le proprie bellissime palle personalizzate − e di norma passiamo un quarto d’ora a spiegare a mia figlia piccola perché lei ha meno palle di suo cugino, più grande di due anni, con cui è perennemente in competizione −.

Mio fratello continua, oggi come allora, ad approfittare della distrazione momentanea della mamma per appendere qualsiasi cosa sull’albero e lei, oggi come allora, fa finta di arrabbiarsi; La nonna, purtroppo, se ne è andata, lasciando un vuoto incolmabile e, anni dopo, anche Attila e Billy non ci sono più − sono stati membri della famiglia per ben diciotto e sedici anni e ci mancano da morire −.

Io, come da tradizione, mi limito a prendere la scala e oggi aiuto le mie figlie nell’addobbo.

Mia mamma resta sempre la più paziente di tutti e quella che, con mio papà, ogni due per tre, controlla la simmetria delle decorazioni sui rami. Quando l’albero è finito, oggi come allora, mio papà accende le lucine e spegne la luce. In quel silenzio quasi irreale, con le lucine bianche che illuminano i visi dei nostri bambini dall’aria meravigliata, mi sembra che anche la nostra amata nonna, raffigurata nel ritratto posto sulla parete lì vicino, ci guardi e ci sorrida intenerita ed io, immancabilmente, al suo ricordo, non posso che commuovermi. A quel punto, ora, mio fratello dice: «Bello eh… però le lucine di una volta mi mancano un casino!».

Cosa potrei fare senza lo humour e l’ironia di mio fratello? Senza il suo cinismo che va a compensare le mie follie, senza il suo essere sempre presente nella mia vita, anche quando mi guarda con sospetto come a chiedersi: «Ma questa qui in che mondo vive?».

Io adoro mio fratello e la frase che avete appena letto si autodistruggerà prima della fine di questo libro.  ” Dal Capitolo 1 – pagg 28-37

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