Cono o coppetta?

gelatoArrivai per la prima volta a Roma all’inizio del 2003. Giravo da sola per il quartiere Prati, alla ricerca della sede degli uffici RAI per andare a fare l’assessment, una sorta di test di ammissione, per poi lavorare come “programmista regista”, figura “mitologica” che, credo, esista solo in RAI. Con la piantina della città alla mano, come una turista in vacanza, mi ero, comunque, persa − sono sempre stata negata a leggere le piantine, in effetti −. Allora mi fermai da un giornalaio e, timidamente, gli chiesi: «Scusi, Viale Mazzini?» − Mazzini pronunciato alla lombarda, con le z dolci, come “zero” − Lui, intento a sistemare le riviste, alzò la testa, e, senza guardarmi, mi chiese ad alta voce: «Che hai detto?» Allora mi riproposi di parlare lentamente, impostai le z dure, nel modo corretto, come in pizza, e ri-domandai: «Mi sa dire dove si trova Viale Mazzini?». Lui alzò un braccio, indicò la targa della via, posta all’angolo di un edificio proprio davanti a me, e mi rispose: «Ce stai sopraaaa!». Ci misi un attimo a capire, alzai lo sguardo, lessi la targa “Viale Mazzini” e scoppiai a ridere da sola!

Puoi avere viaggiato in tutto il mondo, com’è successo a me, ma Roma è veramente diversa, diversa da qualsiasi altra città del mondo. Roma ti sorprende sempre. Anche dopo anni. O la odi o la ami. Io l’ho amata moltissimo. E non ho mai smesso di stupirmi, come se mi trovassi sempre in un posto, per certi versi, lontanissimo dalla mia cultura e dalle mie tradizioni. Direi un posto esotico.
Ci sono concetti che tu dai per scontati e che a Roma non esistono. Come fare la coda. Una coda ordinata, civile. Dalle mie parti fare la coda è cosa buona e giusta e non ti sogneresti mai e poi mai di superare chi sta davanti a te e, quando invece, ti succede, ci rimani malissimo. A Roma ti sorprendi se non succede.

Ricordo di una sera in una gelateria piccola, ma famosa, vicino a Viale Giulio Cesare. C’era una coda − random, ovviamente − immensa. Già io sono tonta in una fila normale, immaginiamoci in un’orda barbarica. Riuscii, comunque, a raggiungere la cassa per fare lo scontrino, facendomi superare a destra e a manca, ça va sans dire, poi feci, nuovamente, un’altra coda a caso per arrivare al bancone e ordinare, finalmente, il gelato. «Cono o coppetta?» mi fu chiesto. «Coppetta» risposi, sicura di me. «Che hai detto?» − mannaggia a me e alle mie e aperte! Ma, mi domando, sarà così difficile da capire? −. «Coppetta», ripetei, chiudendo la e. «Che vuoi ‘a panna?» mi chiese il commesso. Io, perplessa, dissi: «No, guardi che io non ho pagato anche per la panna!». Lui, molto più perplesso di me,: «Che stai addì? Mo’ te faccio paga’ ‘a panna?». La panna a Roma è gratis?! Ero sotto shock!
Quando raccontai di questo in redazione, dove lavoravo da pochi giorni, passai io per quella strana. A quanto pare il non pagare un extra per la panna, in quasi tutte le gelaterie di Roma, è un sacrosanto, indiscutibile diritto. Per me questo continua a restare uno dei grandi interrogativi della vita. Se prendi la pizza ai funghi, non la paghi come la Margherita, no? Perché la panna dovrebbe essere gratis? Mistero! Quindi, ve lo dico, se andate a Roma, non stupitevi se la panna sul gelato non si paga. Se lo farete, vi sgameranno subito come forestieri!   (dal Capitolo 11)

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