la roulotte

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Ora mi rendo conto che io stessa, quando accenno alle mie figlie che una volta la televisione era in bianco e nero o, molto più semplicemente, che “ai miei tempi” non esistevamo i telefonini, mi guardano con sospetto come se ciò fosse impossibile. E di norma mi domandano, perplesse: «Ma come facevate?» e lì, in quel preciso momento, mi rendo, immancabilmente, conto che non solo “ce la facevamo”, ma che, forse paradossalmente, era tutto più semplice ed emozionante.

(…)

Le prime vacanze degli anni Settanta della mia famiglia si svolgevano sull’Adriatico. Generalmente le pensioni in cui stavamo erano molto, ma molto, distanti dalla spiaggia. La mattina la famiglia si spostava verso il mare e faceva ritorno alla pensione per pranzo, per poi rifare gli stessi chilometri al pomeriggio. Una volta giunti in spiaggia, Thomas ed io volevamo sempre l’ombrellone più lontano possibile dal mare e più vicino alla strada. Meno sabbia c’era, meglio era. Ci facevano schifo i mozziconi di sigaretta. Non ricordo se ci divertissimo o meno, quello che invece ricordo era un mitico gioco elettronico, o video game (per dirla in linguaggio moderno) dove c’era una rana che doveva attraversare una strada trafficatissima, mi pare si chiamasse Frogger. Io passavo le serate a giocarci e a mangiare gelati al pistacchio. E da lì deve essere nata la mia passione per i computer. Fino ad un giorno del 1976 le vacanze erano, quindi, solo quelle al mare, in pensioni o appartamenti in affitto. Poi mio papà una mattina, si svegliò con un’idea: «Comperiamo una roulotte!».

Non aveva mai visto una roulotte live, né, tanto meno, un campeggio, ma poco importava. Si era messo in testa questa cosa, nessuno gli avrebbe impedito di portare a compimento la realizzazione di questo nuovo sogno. Thomas ed io eravamo super contenti. La mamma, la razionale della situazione, un po’ meno. Il papà coinvolse in questa nuova avventura anche mia zia Piera e suo marito, Franco. Il primo campeggio della nostra vita, a Moniga del Garda, non avrebbe potuto avere un nome più paradossale: Camping Sereno.

Mia mamma e la zia Piera, che in realtà si chiama Pierina – ma si può battezzare una bambina Pierina? −, mi hanno raccontato, in tempi diversi, la faccenda per filo e per segno allo stesso identico modo, sottolineando gli stessi particolari, al punto che credo che questa avventura le toccò in modo significativo.

Giungemmo al Camping Sereno al tramonto. Dalle altre roulotte sguardi curiosi facevano capolino da dietro le tendine. Nessuno dei protagonisti della storia aveva una minima idea di quello che c’è da sapere sul campeggio e suppongo che questo si notò da subito. Mio papà e lo zio Franco avvistarono una piazzola, stranamente libera, e immagino che loro interpretarono questo come un chiaro e palese colpo di fortuna. A nessuno sorse il dubbio che se a luglio, in un campeggio super affollato, una piazzola è vuota e non dà segni di precedenti forme di vita che l’abbiano mai occupata, qualcosa di strano, o per lo meno di sospetto, ci dovrebbe essere. Sistemarono la roulotte, non senza fatica, e, molto motivati, cominciarono a montare la prima veranda della loro vita. In realtà tutto ciò comportò lo sforzo di due ore di lavoro, fino a quando qualche altro campeggiatore, mosso a compassione, li aiutò. Poi, all’improvviso, iniziò a piovere e mia mamma, seduta al tavolino dentro la roulotte, ancora ricorda di avere pensato quanto fosse romantico il picchiettare delle gocce di pioggia che battevano sul tetto della nuova casetta con le ruote. Poco dopo, di romantico rimase molto poco. La pioggia cominciò a colare all’interno della veranda, che assumeva sempre più le sembianze di un acquario, ma gli sprovveduti, perplessi dalla situazione, pensarono che, comunque, quella fosse una cosa del tutto normale. Io mi chiedo se fossero tonti. Come potevano pensare fosse normale stare in sei, chiusi dentro ad una roulotte, senza avere la possibilità di andare anche nella veranda? Ma, soprattutto, mi domando: quale altra funzione avrebbe potuto avere la veranda, se non quella di riparare dalle intemperie? A Franco, evidentemente, il più sveglio della situazione, sorse il sospetto che non fosse, poi, così normale, e andò a perlustrare la zona per controllare cosa succedesse agli altri campeggiatori.

Tornò dalla missione piuttosto stupito. Noi, intanto, attendevamo con trepidazione una risposta. «Il resto del campeggio sta giocando a carte in veranda!» sentenziò lo zio. Capirono, così, che la veranda nuova di zecca era chiaramente e irrimediabilmente difettosa. Nell’impossibilità di risolvere la situazione, andarono a dormire sperando nel bel tempo. Al risveglio, però, un’altra sorpresa li attendeva: la roulotte, durante la notte, si era inclinata. Si catapultarono nella veranda e affondarono i piedi nel fango. Scoprirono, così, che il rivestimento di plastica, che fungeva da pavimento, non c’era più. La pioggia, e l’inclinazione del terreno avevano favorito l’entrata della terra fradicia all’interno della veranda. Al posto del pavimento ora, c’era il fango. Solo fango. La sola piazzola libera di tutto il campeggio non era mai stata occupata da nessuno (a parte noi!) perché in realtà era una vera e propria buca! I nostri eroi dovettero smontare la veranda e lavarla per bene, con grandissima delusione.

Se pensate che questo scoraggiò mio papà versione campeggiatore, vi sbagliate di grosso e sottovalutate la sua caparbietà. Lo stesso giorno si recò a Brescia, insieme a Franco, per sostituire la veranda e, superato il primo impatto non troppo felice, per anni e anni le nostre vacanze furono in campeggio, in roulotte con tanto di veranda.

Neanche un mese dopo questa esperienza traumatica, mio papà si sentiva già il re dei campeggiatori e decise, quindi, di spingersi fino in Puglia. Nonostante avessi solo quattro anni, ricordo ancora che l’idea dei miei genitori di viaggiare di notte alla volta del Gargano, per la “partenza intelligente”, mi emozionava tantissimo. Solo ora mi rendo conto che fu soltanto incosciente. Partimmo per la Puglia, come se stessimo per andare a fare le “solite” vacanze sul Lago di Garda e, così, i miei genitori piazzarono all’interno della roulotte anche le pesantissime pedane! E come lasciare a casa le biciclette? E il nostro povero uccellino Oscar? Ebbene sì, ci portammo pure le bici e il canarino, con tanto di gabbia, ovviamente. Partimmo con alcuni parenti e amici della famiglia della mamma, tutti in fila e tutti rigorosamente con la propria roulotte. Mio papà aveva convinto, infatti, ad acquistare questo mezzo, la famiglia di sua sorella Carla e delle due sorelle di mia mamma, Piera e Rosanna. Il suo potere di convincimento è sempre stato molto alto. Tempo impiegato per il viaggio Brescia-Gargano con partenza intelligente: dodici ore. All’arrivo ci attendevano le zanzare elicottero che ci diedero subito il benvenuto. Fu una vacanza memorabilmente sfigata.

Anche il viaggio per tornare a casa avvenne di notte perché, evidentemente, i miei genitori credevano anche nella teoria del “ritorno intelligente”. Dopo solo cento chilometri dalla partenza bucammo una ruota dell’auto, con inevitabile sbandamento e immediata frenata brusca, che all’interno della roulotte, provocarono nell’ordine: caduta libera e rovesciamento della bottiglia dell’olio sul letto, rottura del bastone dell’armadio con conseguente apertura delle ante e volo di tutti i vestiti per la roulotte e per finire, shock del povero canarino Oscar, terrorizzato, nella sua gabbietta azzurra. Pioveva a dirotto, io avevo la febbre alta. Non era una bella serata. Mio papà, scese dall’auto, sulla corsia d’emergenza, sotto l’acqua, per cercare di prendere la ruota di scorta che era, manco a dirlo, sotto le biciclette. Immagino abbia imprecato. La ruota di scorta, però, era buca! Il suo socio Giacomo, settimane prima, aveva forato e, cambiata la gomma con quella di scorta, si era poi dimenticato di farla riparare. Nel buio della notte, sotto l’acqua a catinelle, mio papà, con la gomma sotto braccio, si avviò a piedi in autostrada, verso il distributore più vicino, che si trovava a circa due chilometri, con la speranza di farla sistemare. Fortunatamente riuscì nella sua impresa, ma la sfiga lo attendeva al varco, o, meglio, alla macchina. Sbadatamente i fari dell’auto erano rimasti accesi e, quindi, si era scaricata completamente la batteria. Come se ciò non bastasse, i bulloni della ruota non si svitavano. Ci vennero a prelevare col carro-attrezzi. Poi ci sistemarono la ruota, ricaricarono la batteria e ricominciammo il viaggio. A Senigallia c’era stata un’alluvione e questo rallentò ulteriormente il nostro cammino verso casa. Ma pazienza! Quella gente era sicuramente più sfortunata di noi. Quasi giunti a casa, quando sembrava che ce l’avessimo fatta, ci fermammo per una delle tante soste ad un Pavesi – Ah, per mio papà, tutt’oggi, gli Autogrill si chiamano ancora e sempre saranno “i Pavesi” o “i Motta” o “gli Alemagna” −. Eravamo nei pressi di Modena quando, giocherellando, io conficcai le chiavi della roulotte dentro il bocchettone dell’aria condizionata e non ci fu verso di estrarle. Credo che mia mamma non ebbe nemmeno la forza di sgridarmi. Nel cercarle, tra l’altro, ruppe il sedile dall’auto, che non si mosse più. Ripartiti, dopo una decina di metri, ci fermammo al distributore di benzina e, in quell’istante, rompemmo il cinghiolo dell’auto. La durata complessiva del viaggio Gargano-Brescia: ventisette ore. Una delle prime cose che il papà fece, una volta arrivati a Brescia, fu vendere quell’auto-porta-sfiga!

L’anno successivo partimmo alla volta delle Marche, sempre insieme agli zii. In roulotte, s’intende. Appena arrivati, nel fare una capriola, il mio mitico zio Lucio si ruppe un braccio e fu quindi subito operato e ingessato.

Nonostante il mare mosso e le bandiere rosse, mia mamma decise di sfidare le onde e la sorte, saltando nell’acqua, e fu punta da un velenosissimo pesce pietra: fu ricoverata, d’urgenza perché in serio pericolo, e tenuta in osservazione per ventiquattro ore. Subito dopo fui ricoverata anche io: broncopolmonite.

Quando, finalmente, tutti fummo dimessi e la “fantastica” vacanza ebbe, finalmente, fine, ripartimmo per tornare a casa e mio zio Lucio fu costretto a viaggiare col braccio fuori dal finestrino, perché in auto eravamo già stipati come sardine e il braccio ingessato proprio non ci stava! Quella fu l’ultima volta che la nostra roulotte varcò i confini della Lombardia, se non per andare sulla sponda veronese del Lago di Garda, a meno di un’ora da Brescia.

dal capitolo 1 “Eccomi, la versione cinese del bambino di Shining” pagg 53-59

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