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Grazie!

Un grazie speciale a tutte quelle persone che ho incontrato nella mia vita e che mi hanno dato l’opportunità di crescere, esperienza dopo esperienza, incontro dopo incontro. Senza di voi, questo libro, non esisterebbe. E la strada della mia vita non sarebbe stata illuminata dalla luce dell’Amicizia. Grazie, grazie, grazie e ancora grazie.

Ari

 

il libro:

HO SCELTO DI ESSERE FELICE è stato presentato SABATO 13 SETTEMBRE nella storica e accogliente libreria Serra Tarantola, in via Porcellaga, 4 a Brescia da Serena Bortone (giornalista e conduttrice di Agorà Estate- Rai 3) e Marco Bencivenga (giornalista, vice capo redattore quotidiano Bresciaaggi) .Grazie a tutti coloro che hanno partecipato a questa serata e a chi avrebbe voluto esserci, ma non ha potuto. E’ stata, per me, una serata dal sapore magico, che ricorderò per sempre. Grazie per aver partecipato alla mia gioia e alla mia commozione per aver esaudito un sogno, coltivato da tempo. Grazie di cuore. Arianna

Bresciaoggi 14.09.2014 Arianna Gnutti - ho scelto di essere felice -

Da Bresciaoggi 12.09.2014

di Marco Bencivenga

Non è un romanzo. Non è un’autobiografia. E non è neppure un giallo.
Cos’è dunque «Ho scelto di essere felice», l’opera prima di Arianna Gnutti, che sarà presentata oggi pomeriggio alle 18 nella libreria dell’editore Serra Tarantola?

«E’ un gigantesco “grazie” rivolto ai tutti gli amici e a tutte le persone che hanno reso la mia vita speciale», spiega l´autrice, emozionata alla vigilia del debutto e sorpresa dalla curiosità che il suo libro sta suscitando via social network in città, ancor prima di essere letto.

«L’IDEA È NATA due anni fa – rivela Arianna Gnutti -: organizzando la festa per i miei 40 anni avevo pensato di preparare un bigliettino di tre righe, così da lasciare un ricordo a ogni invitato. Il problema è che quando ho iniziato a scrivere non mi sono più fermata. E le tre righe sono diventate… 360 pagine!». Ora un libro in piena regola, con una bimba che gioca felice in copertina e una dedica strappacuore in quinta pagina: «Alle mie meravigliose bambine con l´augurio di imbattersi, nella loro vita, in amici speciali, come è successo a me». Perché in fondo la vita di Arianna Gnutti è tutta qui, corre lungo due sole rotaie: la famiglia e gli amici. Ci sarebbero anche il lavoro, i viaggi, le buone letture, la Mille Miglia, Pineider, l’impegno nella solidarietà e tante altre cose, vero. Ma il nucleo base – la scuola, il rifugio, la sorgente di tutto – resta la famiglia. E gli amici sono il ponte che le consente di connettersi al mondo, pur restando saldamente ancorata alle radici, alla sua città, alla «brescianità» che ha l’inconfondibile sapore della pizzetta di Birbes (la forneria cult di corso Cavour), il volo irregolare dei piccioni di piazza Loggia, il ricordo dei giochi sulla locomotiva del Castello, il suono delle litanie in dialetto di zia Rina («Piéro Piéro l´è ´ndàt a fa l´èrba…»), l’intercalare enoico dello zio Cili («Càn de l´ua pàsa») e il soprannome di nonno Cesare Pozzi, per tutti èl Sesér Posi.

«I PROTAGONISTI del libro sono al 99 per cento di Brescia», rivela Arianna Gnutti, confessando di non aver chiesto alcun permesso alle persone citate per nome e in rari casi per cognome, ma tutte reali e riconoscibilissime. «Certo che sono riconoscibili! Altrimenti come farebbero a sapere che sto ringraziando proprio loro?», precisa la neo-scrittrice, convinta di poter contare sulla benevolenza degli amici, anche se in alcuni casi ne ha svelato i segreti, le manie e qualche tic imbarazzante. «Se sono nel libro, sono miei amici: quindi sanno che ho fatto una cosa così perché non sono normale», si autoassolve Arianna Gnutti, con l´ironia che la contraddistingue in ogni frangente.

INAUGURANDO un nuovo genere letterario (la retrospettiva in tempo reale), la poliedrica scrittrice bresciana – prima giornalista a Bresciaoggi, poi programmista regista autrice in Rai, ora blogger a 360 gradi – con il libro d´esordio prova a rilanciare un valore fuori moda: la riconoscenza. «Non so quanto sia importante per gli altri, ma per me è fondamentale – spiega -. Storicamente l´abitudine di prendere carta e penna per scrivere biglietti di ringraziamento dopo aver ricevuto un dono o gesto di cortesia è sempre esistita. Oggi, purtroppo, è meno diffusa: i più se ne dimenticano o, magari, pensano che basti un sms, perché danno troppe cose per scontate o sottintese. Ma io so che avere amici o trovare persone gentili non è affatto scontato: è una fortuna. A me l´ha insegnato mia mamma e io lo insegno alle mie figlie». Perché non è solo una questione di educazione o di bon ton: è un fatto di civiltà, di condivisione, di coesione sociale. Ora è anche un volume di 360 pagine. «Per me, un libro magico – confessa Arianna Gnutti -: quando lo rileggo, in alcune pagine scoppio a ridere e in altre mi metto a piangere. Visto che l´ho scritto io, mi sento anche un po´ deficiente… ma la stessa reazione l´ha provocata nelle persone che l´hanno letto in anteprima e ora mi stanno inondando di mail e di messaggi, a rischio di mandare in tilt il sito internet http : // hosceltodiesserefelice.com che è interamente dedicato al libro e che ha registrato duemila accessi in soli tre giorni». Qualcuno, magari, ha visitato il sito in cerca di una risposta, preoccupato dal fatto che un libro simile potesse nascondere una verità inconfessabile, essere una sorta di «testamento». La stessa autrice, in fondo, si è posta il dubbio e per scongiurare il rischio di un equivoco ha speso un intero capitolo, il sesto, precisando: «Voglio solo ringraziarvi, non sto per morire».

«NON E´ UN SALUTO definitivo. O per lo meno, questo non è il mio programma; ignoro se ai piani alti, invece, qualcuno abbia questo in serbo per me», è scritto nel libro, Poi la confessione: «Sinceramente non temo la morte, ma, come dire… mi dispiacerebbe assai! Scrivo questo papirone perché fatto il salto della quaglia dei 40 sento di dovere e volere ringraziare tutte le persone che hanno contribuito a rendere la mia vita quella che è oggi; ed io la amo tanto, la vita, sapete?».

FACILE, potrebbe obiettare qualcuno: sei la figlia di Emilio Gnutti detto «Chicco», uno dei più conosciuti e falcoltosi finanzieri d´Italia, e avrai avuto una vita tutta in discesa! E invece no. Innanzitutto, perché finanzieri non si nasce: si diventa, ad averne la stoffa. E poi perché non è facile restarci, sulla cresta dell´onda.
«Non vivo in un mondo parallelo, non penso che il mondo sia fatto solo di buoni e di gente per bene, non è così – scrive la figlia dell´uomo che osò sfidare i poteri forti -. Se proprio la vogliamo dire tutta, ho anche sofferto parecchio, ma ho avuto la fortuna, sin da piccola, di saper vedere sempre l´altra faccia della medaglia – quella positiva – e di apprezzare anche i momenti negativi perché il fatto che siano negativi è solo un punto di vista. Se si cambia il punto di vista, la prospettiva cambia e, di conseguenza, il panorama è diverso. Se ci si affida alla Vita, tutto cambia».

Eccolo il segreto, la chiave – quantomeno una delle chiavi – per «essere felici», come suggerisce il titolo del libro: vedere ogni cosa dalla prospettiva giusta. Ed evitare, per quanto possibile, «di entrare nel vortice della preoccupazione di cosa possono dire o pensare gli altri di te: ho già sofferto troppo per questo», confessa Arianna Gnutti, consapevole di avere un padre ingombrante, ma anche del fatto che «nessuno si è mai sbattuto a domandarsi chi fosse nel privato». Lei, la figlia, lo racconta nelle pagine forse più intense del libro, partendo da lontano: «I miei nonni avevano un laboratorio di alta sartoria da uomo, in corso Magenta. Un giorno mio nonno Italo avallò delle cambiali per un amico in difficoltà, che era tanto “amico” dallo sparire nel nulla, lasciandogli tutti i suoi debiti. La conseguenza fu che, in breve tempo, i soldi per pagare debiti non suoi finirono e fu pignorato tutto, laboratorio compreso. In pochissimi anni si passò dalla ricchezza alla povertà, e ben presto anche la povertà era lontana. Ormai era miseria pura. Mia nonna Beatrice si ammalò di deperimento psico-fisico e fu mandata in sanatorio, mio nonno prendeva il tutto con filosofia, ripetendo riarà la providenså. Mio papà frequentava la prima media e mia zia Carla, terminata la terza, andò dapprima a “imparare l´arte” da un parrucchiere in piazza Vittoria, per poi aprire il suo negozio nell´androne di casa. Più volte, negli anni successivi, mio papà e mia zia si videro costretti ad andare col carrettino al Monte di Pietà in piazza Loggia per cercare di vendere le pochissime cose rimaste in casa e poter avere di che mangiare».

«HO ASSAPORATO con avidità ogni episodio che mio papà mi ha raccontato di quando, per aver di che vivere, tredicenne, facesse qualsiasi lavoro e sacrificio possibile – è scritto nel libro -. Gli amici di famiglia che avevano le botteghe in centro, presso cui fino a pochi anni prima i miei nonni si erano serviti, lasciavano che mio papà facesse piccole commissioni per loro e lui contava molto sulla mancia, che alla famiglia serviva, è il caso di dirlo, come il pane. Dopo scuola, alle medie, nel pomeriggio lavorava come “piccolo” alla Salumeria Grandi in via Biseo e alla Stabile in via Gabriele Rosa, proprio la stessa via dove vent´anni dopo avrebbe fondato la Fin-Eco. Fece l´aiutante del calzolaio Castagna, il garzone alla confetteria Miza; raccoglieva il ferro vecchio in giro per la città e lo vendeva ai “rottamai” o agli straccivendoli del quartiere del Carmine a 20 lire al chilo. Raccoglieva anche il pane vecchio per venderlo ai fruttivendoli che avevano le galline. Poi, c´era una serie di lavori a cottimo, come l´infilare viti dentro alle spine per la corrente, distribuire gli elenchi telefonici, e lavoretti manuali per qualche negozio del centro, per un tanto al pezzo».

Poi arrivarono la fortuna, il successo, i soldi… A che prezzo lo rivela il drammatico racconto dell’infarto subìto da papà Gnutti, quando le responsabilità e lo stress aumentavano di pari passo con l’importanza dei titoli dedicatigli dai giornali: «Nel febbraio 1999 tornai a casa dall’Irlanda e trovai mio papà diverso da come lo avevo lasciato – racconta la figlia -. Era ancora più impegnato di prima e, sinceramente, fino a quel momento, avevo sempre creduto che fosse impossibile. Un giorno era a Parigi, il giorno dopo in Germania, viaggiando sempre e solo in auto, perché ha il terrore di prendere l´aereo. Ore e ore in auto e poi ore e ore in assemblee varie, mille pensieri, con il peso della responsabilità dei soldi d´investitori e soci che confidavano in lui, discussioni con le banche, assemblee, consigli di amministrazione, trenta caffè al giorno e quasi tre pacchetti di sigarette, e soprattutto l´imminente operazione dell’opa su Telecom che gli avrebbe risucchiato ogni risorsa vitale. Notando tutto questo mia mamma mi disse: “Se tuo padre continua così, ad aprile – periodo di lancio dell’Opa -, non ci arriva.” E lei, la donna che gli era accanto da quando avevano entrambi 19 anni, non era andata troppo lontano dalla verità».

ORA È LA FIGLIA a raccontare la storia che i giornali non hanno mai scritto. Quasi una «risposta» a distanza di anni alla lettera che il padre le scrisse in occasione di uno dei suoi tanti viaggi alla scoperta del mondo, con la stessa passione usata da Anthony Hopkins per spiegare l´amore alla figlia Claire Forlani nella più celebre scena del film «Vi presento Jo Black»: «Vivi la tua vita con coerenza e non avere paura di ascoltarti, Arianna. Non pensare agli altri che giudicano senza sapere, segui la tua morale e il tuo istinto e, poi, io credo che niente succeda per caso e che ogni problema abbia la sua soluzione. Penso solo al tuo bene e mi piaci quando sei contenta e mi piace ciò che ti rende felice e serena (….) Non ti vorrei diversa, mi piaci così come sei: distratta, disordinata e sincera, così infantile e così donna, mi piace la mia Arianna alla quale, forse, ho saputo dare poco. Non so pensarti infelice e, quindi, ti prego, telefonami spesso e fammi vedere il tuo splendido sorriso».

Un ritratto inedito, anche se papà Gnutti, in realtà, è soltanto uno dei mille protagonisti del libro, neppure fra i principali. Il grosso della scena è occupato dalle amiche di infanzia e di studi – alle Orsoline prima, alla Cattolica poi -, dai «migliori amici» Marco Milzi e Marco Piazza. E Filippo Selva Bonino. Da Kim e da Alberto, il fidanzato irlandese e il marito di Como. Da Michelle (Hanson, l’amica americana) e Michela (Rocco di Torrepadula, l’amica che ha il sangue blu ma non se la tira). Dal Polo Nord e dall’Argentina, dal lancio con il paracadute in Australia al rafting sulla cascata Kaituna, in Nuova Zelanda. Da Parigi e da Roma, da Dublino e da Reykjavik, solo alcune della città in cui Arianna Gnutti ha lavorato, viaggiato o vissuto finora, tanto che dopo le prime duecento pagine viene da chiedersi quante vite ci stiano nei suoi primi quarant’anni. E quante pagine occuperanno i prossimi quaranta…

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Grazie anche al fanstatico blog maestra e mamma!

http://maestraemamma.altervista.org/blog/arianna-gnutti/

P.P.P.S. MIND THE GAP: una racconto all’interno di tante storie che fanno ridere e piangere di Arianna Gnutti

Arianna Gnutti

Ieri mi sono recata nella biblioteca Serra Tarantola di Brescia per la presentazione di un libro scritto da un’amica, mamma di una mia ex alunna, Arianna Gnutti.

Il testo si intitola: “Ho scelto di essere felice” ed è un profondo “GRAZIE” che l’autrice rivolge a tutte le persone speciali che ha incontrato nella sua vita.

Vorrei condividere con voi l’ultima pagina, la conclusione che Arianna  ha scelto per salutare tutte le persone a lei care: P.P.P.S. MIND THE GAP , il racconto di un amore.

P.P.PS. MIND THE GAP

di Arianna Gnutti ( tratto da “Ho scelto di essere felice”, MARCOSERRATARANTOLAEDITORE )

Vi ricordate quando ho parlato di quanto mi manchi sentire dall’autoparlante della metro l’avvertimento mind the gap? Ecco. Ho fatto una piccola ricerca perché, ho pensato, che dovesse per forza mancare a qualcun altro. E ho scoperto che, forse, tornerà almeno in una stazione!

Il Mail, così come altri giornali, narrano della signora Margaret McCollum che, ogni giorno, i recava alla stazione di Embankment e lì, seduta sulla panchina, attendeva che il treno arrivasse. Non appena la carrozza frenava, lei ascoltava attentamente, con gli occhi chiusi, il Mind the gap. E poi restava lì, in attesa del treno successivo. Quella voce ferma, calda e rassicurante, per lei aveva un significato speciale. Era, infatti, quella di suo marito, Oswald Laurence, mancato nel 2001, attore professionista che nel 1950 aveva registrato questo messaggio, poi utilizzato dal 1969 dal Trasport for London sulla Northen Line e, negli ultimi anni, solo alla fermata di Embankmen.

Due anni fa, nel 2012, il messaggio fu sostituito da una voce metallica; la vedova di Mr. Laurence si recò , alla fine del 2013 alla sede della TFL, chiese e ottenne un CD con la voce e il messaggio originale del marito e, pare, sulla scia della commozione di questo gesto, molto presto, su alcune linee, il Mind the gap originale tornerà!

Un abbraccio ad Arianna e alla signora Margaret McCollum che con il suo amore silenzioso, profondo e sincero mi ha commosso: grazie!

 

Posted on settembre 14, 2014

 

 

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